domenica 1 ottobre 2017

Tu vo' fa' l'americano

Un vento forte piega violentemente la testa alle alte palme di fronte alla camera de nostro motel.
Quel movimento forzato trasmette il senso di una rassegnata abitudine messa a dura prova dal passaggio di Irma, che già ieri lungo la strada ha lasciato vari ricordi di cartelloni pubblicitari squarciati e ramaglie varie lungo i bordi della Interstate 95.


Oggi ci aspetta il trasferimento a Kennedy Space Center, poco più di 200 km da qui. 
La pioggia che a tratti scroscia rumorosa, non ci lascia spazio per un viaggio scoperchiati o , almeno per gran parte del percorso va così.

Circa a meta strada però, il campanello della Mustang ci avverte che abbiamo tutti i due i pneumatici anteriori sgonfi. Ovviamente qui non misurano in atmosfere, va a sapere che cosa vuol dire il numero riportato in giallo sul visore. Fatto sta che ci dobbiamo fermare a gonfiarle ad una colonnina che ingoia un dollaro ma non restituisce nessuna indicazione (in nessuna unità di misura) della pressione. Così, all’antica, tastando con il pollice la durezza del pneumatico gonfio finche penso che sia giusto e in effetti, almeno il campanello è tacitato.

Ne approfittiamo anche per ripartire scappottati. 

Btw, ho trovato un’altra ragione per l’italiano della corsia di mezzo. Avendo già viaggiato quei avrei dovuto ricordarmela prima: dato che in USA non esiste l’obbligo di viaggiare a destra, qui ognuno (tranne i truck) si piazza dove vuole e si guarda bene alle spalle, destra o sinistra che sia, perché il sorpasso è consentito in tutti i modi.
Ecco che, forse, “tu vo fa’ l’americano” è l’ispirazione dei simpatici occupanti di corsia italiana.

Che, poi, si parla tanto di rispetto dei limiti: qui in Florida il limite massimo è 70 Mph (miglia per ora), ma nessuno, dico nessuno, lo rispetta. Certo, nessuno viaggia a 130 (qui nessuno che “vo fa’ l’italiano”) ma se vai agli 80 sei quasi un intralcio.

All’arrivo al Kennedy Space Center cerco Prezzemolo, la mascotte di Gardaland, tanto l’effetto da Parco a tema è grande (e deludente, all’inizio).
Poi però, complice sicuramente il fatto di aver prenotato la visita guidata più lunga nella parte storica del parco, quella dei Mercury, Gemini e Apollo per intenderci, il tutto prende un’altra forma e l’emozione di calpestare gli stessi luoghi dei mie eroi infantili prende il sopravvento e mi trascina (assieme a Luca) in un mood di entusiasmo e curiosità tutt’altro che finto.




Mark Smith, il tenant della NASA che ci accompagna nelle tre ore di visita, ci spiega con un pizzico di nostalgia la storia delle rampe e degli hangar che hanno visto lo sviluppo della battaglia per lo spazio giocata negli anni ’50 e ’60 e culminata con l’arrivo sulla Luna nel 69.

Ci accompagna alla rampa di lancio del Mercury dove Alan Shepard, il primo americano nello spazio pronunciò le memorabili parole “Per favore, Dio, fa che io non fotta tutto.” ( non sto scherzando… certo, altro stile rispetto a “un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità).

Il razzo sembra finto da tanto è piccolo. La punta che serviva nel caso in cu ci fossero stati problemi ad eiettare la capsula, è stata spezzata dalla furia di Irma e adesso si trova imprigionata da un cavo alla base del missile stesso.
In pratica sedevano questi coraggiosi su un missile balistico alto come una casa a tre piani e li scaraventavano in orbita.
In realtà, Shepard fece solo una parabola, ma iniziò a colmare la lacuna con i russi che, non ho mai capito perché venissero chiamati cosmonauti, mentre gli americani erano astronauti, ho sempre accettato la cosa come una sottile, ma doverosa, differenziazione , almeno fino alla fine della Guerra Fredda…

La visita alla blockhouse, ovvero il bunker da cui si comandava il lancio è ancora più interessante.
La vista di quella archeotecnologia fa sorridere. Il trisnonno dello smartphone con la sua manciata di kilobyte di memoria era però in grado, collegato direttamente alla rampa di lancio, di trasmettere tutte le informazioni utili per sparare in orbita il razzo calcolandone coordinate e impostando correzioni.





 La visita alla rampa di lancio dell’Apollo 1 che, purtroppo non è mai partito, da l’idea dell’evoluzione della tecnica dei razzi e del prezzo pagato. La navicella si incendiò durante un “dress rehearsal” cremando vivi i tre astronauti  a causa di un scarso isolamento termico del portellone della capsula.
La base su cui veniva appoggiato il razzo, una costruzione di cemento armato. è però almeno 100 volte più grandi di quella, in ferro, usata nei primi lanci del Mercury!

Lo stop di qualche anno, alla ricerca delle correzioni indispensabili a salvare la vita di uomini che accettavano di sedersi su una torre (questa volta altissima) portò a fare missioni “unmanned” senza equipaggio, fino al mitico Apollo 8 di cui ricordo tutto chiaramente ( avevo 8 anni, ma, come tanti, il sogno di fare l’astronauta - il cosmonauta no, non mi attirava, non so perché…).
Bormann, Lovell (lo stesso dell’Apollo XIII), Anders sparirono dietro la Luna vedendone per la prima volta la faccia nascosta.
Ricordo che ascoltai in diretta il momento della sparizione, mentre mi fu vietato, un anno dopo, di seguire (in notturna per la verità) lo sbarco sulla Luna.

La visita guidata termina in un gigantesco hangar dove “dorme” il vettore Saturn. Le sue dimensioni sono veramente impressionanti, fanno ancor di più pensare al coraggio dei primi eroi che, praticamente, si vestivano da “uomo cannone” (ché le donne, tante per la verità, sono arrivate, tar gli astronauti, solo con lo shuttle, anni dopo). I Russi in questo erano più avanti…
Nello stesso hangar puoi vedere (ma non toccare, come a Chicago dove ho toccato la capsula dell’apollo 8) il LEM (modulo lunare) che appeso in aria mimando un allunaggio sembra enorme e complicato. 
C’è anche la capsula dell’Apollo XIII protagonista dello storico rientro in emergenza raccontato egregiamente da Ron Howard nel suo film con Tom Hanks.

La giornata (estenuante, si può capire) finisce con la visita all’hangar dove l’Atlantis, uno dei cinque shuttle, fa la parte da padrone.

Anche qui, l’impressione dell’enormità delle dimensioni prevale. Meno eroica, più routinaria (135 missioni), con aspetti più da industria dello spazio che esplorazione dello stesso,  la fase degli shuttle è però quella  che ha permesso la costruzione della stazione orbitale a cui partecipa anche l’Italia (menzionata più volte nei poster e nelle bandiere qua e la’) e , soprattutto, della messa in orbita dei telescopi come Hubble che hanno permesso scoperte incredibili nel campo dell’astronomia.




Esausti, ma entusiasti della visita dalla quale abbiamo preso tutto incluso il giro nel simulatore dello Shuttle e la foto da astronauti, decidiamo di rimetterci in viaggio per smezzare la distanza da qui a key west che, tradotta in km, non la dico perché mi mette ansia.


Ci spingiamo, in un traffico scorrevole su autostrade sempre più ampie, fino a Boca Raton, mitico luogo di laboratori IBM tante volte sentito nominare soprattutto nel mio passato.

Qui Luca ne approfitta per un dopo cena con amici conosciuti a Gainesville. La festa è in una splendida villa all’interno di un villaggio blindato (guardia all’accesso che ti chiede i documenti).  Lo accompagno io dopo una cena in un ristorante asiatico, tornerà poi da solo, un po’ più tardi con il solito Uber…







venerdì 29 settembre 2017

Cavallo di razza

Come ho già detto, la mattinata parte in ritardo.
La sveglia, anzi le sveglie per dirla tutta, hanno suonato. Meglio, hanno provato a suonare, ma sono state fermate sul nascere dal gesto automatico di spegnimento, cosicché invece che alzarci alle 6.30 alle 8 siamo ancora a letto.
Il ritiro dell’auto però ci aspetta e così, rivestiti in fretta e furia e rigenerati dal ribrezzo di un pessimo caffè prelevato alla reception, accompagnati dal solito Uber di passaggio, siamo arrivati in aeroporto tutti protesi verso la sorpresa della macchina che ci aspetta.

Per fortuna però, non veniamo delusi nonostante l’ironia dell’impiegato che quasi ci sfotte chiedendoci se la macchina  era di nostro gradimento come sperato, ci troviamo davanti ad una MUSTANG decappottabile nuova fiammante! Anche se le Ford non sono le mie preferite, questo è un vero cavallo di razza...
















































Carico valigie, colazione vegani nel posto abituale di Luca e visita a piedi al grandissimo complesso universitario e allo stadio del baseball che però è già chiuso in vista della partita di domenica.

Facciamo anche un salto nel laboratorio che lo ha ospitato in questi mesi. E' proprio come me lo immaginavo: piccolo e pieno di provette e cose strane compresa una enorme bombola di azoto che sembra un'atomica fatta in casa...



Vedere tutti questi ragazzi che hanno la fortuna di poter studiare materie piacevoli, per cui provano interesse e passione, in un posto che stimola curiosità e voglia di applicarsi, mi fa pensare alla diversità della mia esperienza. Sia quella da pendolare in treno a Padova, sia quella, più breve, da pendolare in bicicletta a Pisa…

Due mondi diversi, senza dubbio. Mi piace che Luca se ne renda perfettamente conto e non esiti a dimostrarmi riconoscenza per quanto gli sto permettendo di fare.

Dopo un vero e proprio saccheggio al book shop universitario e qualche foto di rito con lei immancabili sculture di alligatori (ce n'è anche uno vero nello stagno del Rietz Union, una specie di centro sociale universitario) ci aspetta la prossima tappa: Saint Augustine, il più antico insediamento europeo (spagnolo) negli Stati Uniti.




Il viaggio, un po' monotono per la verità, rinnova nel paesaggio emozioni australiane. Sembra quasi che, da un momento all'altro, dai larghi bordi erbosi della strada debba saltar fuori un canguro o un wallaby.

Il divertimento più grande è senz'altro interpretare con aria scanzonata il ruolo del gradasso americano con la sportiva scoperchiata e la musica (rigorosamente selezionata da Luca) a volume decisamente alto.

Fondata alla fine del 1500, Saint Augustine è una piccola cittadina  dai tratti europei che ha conservato una fortezza in riva al mare e una serie di vicoli con case di stile coloniale dal sapore davvero insolito qui in America.

Turistica, ma con garbo,  ci accoglie cordialmente anche in questa serata dopo un pomeriggio passato in spiaggia ad assistere ai tentativi di surf di Luca che, nonostante le onde siano “choppy”, cioè scomposte e poco adatte, riesce comunque a fare un paio di corte cavalcate.


Io lo guardo dalla riva, sdraiato sulla sabbia bianca costellata da miriadi di conchiglie anche grandi e sorvolato a volte da interi stormi di pellicani, perfettamente disposti in formazione a delta. 



Poi, non resisto e mi butto anch’io nell’Oceano, stranamente caldo e molto torbido.

La cena, in centro, appunto  al ristorante Mojo è un piacevole momento di relax. Ho assaggiato un trancio di pesce locale, Mahi-Mahi comunemente detto dorado. Una specie di delfino, da quanto ho capito, dalla carne molto saporita e, almeno qui, cotta molto bene.

Domani ci aspetta una mezza cavalcata verso il mio passato da mancato astronauta appassionato delle missioni Apollo: Kennedy Space Center!




Indietro tutta

Devo tornare indietro e ripartire da ieri. 

Il viaggio, anche se perfetto nei tempi e nei modi, è comunque un massacro. Soprattutto per le 6 ore passate in aeroporto a Miami in attesa della coincidenza per Gainesville. 

Tutta la stanchezza si dissolve però all’arrivo dell’auto di Uber (che qui impazza) con Luca a bordo. 

Il primo abbraccio è veloce, ma intenso. Annulla in un secondo la distanza tra quello al banco partenze di Fiumicino di quasi tre mesi fa. 

Recuperate valigie e scatole di cartine piene di cianfrusaglie (Luca non cambierà mai, pensa di tornare in Italia con una scatola di cartone in mano...) e occupata la stanza del nostro squallido (ma comodo) hotel, mi lascio vestire da Florida Dad e, più zombie che umano, mi incammino abbracciato a Luca verso downtown.


Una popolazione giovanile dal tasso alcolico in ascesa popola il crocicchio delle due strade che segnano il centro. 
Le ragazze vestono tutte con minishorts e quegli stivaletti a punta, tipo cowboy, che ai miei tempi mi sembra si chiamassero vaqueros.

Ondeggiano barcollanti ridendo sguaiatamente, forse per i tacchi malfermi di queste calzature western...

I ragazzi sono meno formali, la gran parte veste magliette azzurre con la scritta arancione e il richiamo ai Florida Gator, la locale squadra di football americano. Anche loro ondeggiano nell’andatura. 
Il più delle volte seguendo con lo sguardo il ritmo di un punto fisso poco più in alto degli stivaletti davanti a loro. 
Quasi sempre, se ti incrociano lo sguardo, il saluto è “Go Gator!”. Lo biascicano mimando con le braccia tese il gesto delle fauci di un alligatore. 

Ci fermiamo (io ormai in uno stato di semi incoscienza) in un pub a bere una birra. L’aria dentro è infetidita dal fumo di qualche sigaretta stranamente permessa.  

Tra un “batti un cinque” e l’altro la conversazione con Luca inizia a sciogliersi e a sorvolare le emozioni di questa sua esperienza. 
Poi, di fronte ad una semplice domanda, per la verità tipica delle nostre vacanze, domanda del tipo :” allora, bilancio di questi giorni?”  Luca si blocca, esita a rispondere e, per la prima volta si rende conto di quanto in fretta è passato il tempo qui e di come sia davvero arrivato il momento di salutare. 

Senza rimpianti, da quanto capisco. Ma il momento è proprio arrivato. Come se dall’abbraccio di Roma ad oggi fosse passato un solo secondo. 

Ma il bello arriva subito dopo. 

Ci incamminiamo, barcollando un po’ anche noi e, mentre siamo fermi ad un semaforo aspettando il verde, dall’altra parte della strada un gruppo di ragazzi inizia a gridare festoso nella nostra direzione.

Già fatico a capire se uno parla piano e con la lingua, diciamo, poco impastata, figuriamoci cosa posso aver capito di quelle urla...

Assieme a Luca rispondo festoso sbracciandomi compostamente nella loro direzione. 
Questi però insistono e si fermano ad aspettare che noi attraversiamo. 
Non hanno nulla di minaccioso e quindi non ci preoccupano. Arrivati vicino le loro urla si decifrano meglio. E sono distintamente indirizzate solo a me!
Finalmente distinguo che mi stanno chiamando per nome: “Joe! Joe!” 
Io continuo a non capire a che Joe si riferiscano, ma uno di questi mi chiede di fare un selfie con lui! 
Ovviamente acconsento con trasporto e poi, di fronte al mio divertito stupore, finalmente si svela l’arcano: mi hanno scambiato per Joe Maddon, allenatore dei Chicago Cubs, squadra di baseball della capitale dell’Illinois. 

Mi mostrano una sua foto e, effettivamente, un po' photoshoppato dall’alcol, una certa somiglianza c’è. 





Andiamo a letto, distrutti, nel piuttosto  squallido motel, contenti però del mio momento di notorietà ripromettendoci una sveglia molto presto (posso testimoniare, visto che sto facendo rewind che non ce l'abbiamo fatta e abbiamo bellamente ignorato la campanella). 






giovedì 28 settembre 2017

L’Era Glaciale è iniziata in anticipo

Già dalla prima bevanda servita subito dopo la partenza sul Boeing 777 della American Aerlines, ti rendi conto di essere arrivato in America.

Organizzazione precisa e freddamente cordiale, come freddo, ma per niente cordiale è il quintale di ghiaccio che riempie il mio bicchiere di sparkling water.
Devo farci l’abitudine, qui, almeno, il ghiaccio è insapore e non ricorda i tuffi in piscina con il cloro che ti pizzica il naso.

Poi, visto che gasare semplicemente l’acqua non è abbastanza, la lattina che mi arriva contiene acqua frizzante si, ma aromatizzata al lime.
Per fortuna che l’etichetta avvisa comunque che è a zero grassi e zero calorie...

Il viaggio inizia bene quindi, anche se i piccoli malanni alla schiena e alla gola continuano a tenermi una affettuosa compagnia, inizio ad assaporare il gusto di una breve vacanza ed a respirarne, tra un colpo di tosse e l’altro, tutta l’emozione.

Dimenticavo: sono in volo. Per la precisione in questo momento sto sorvolando il sud della Francia...





mercoledì 27 settembre 2017

Gioco di parole

Il gioco è semplice.

Io, sarò FuoriDaCasa nei prossimi giorni. Vado a riprendermi Luca.
Argino, almeno per qualche anno, la fuga di cervelli che tiene banco sui giornali in questi giorni, prendendolo per un orecchio e riportandolo a casa.

Luca farà Florida-Casa, un tragitto di ritorno accompagnato dalla rincorsa di una settimana attraverso la penisola e poi giù, fino alle Keys, ammesso che si siano ristabilite dopo il passaggio della terribile Irma.

FloriDaCasa, unisce i due stati nella parola che farà da filo conduttore dei nostri racconti dei prossimi giorni. 

Si, perché l'impegno del promesso medico è quello di raccontare qui qualcosa di quello che ha vissuto laggiù, in questa esperienza unica di vicinanza al mondo della Ricerca di laboratorio.

Vedremo se, questa volta, manterrà l'impegno che già si era preso qualche viaggio fa.

P.S.: parto mezzo malato. Schiena quasi bloccata e tosse insistente. Luca mi ha già diffidato dal chiedere aiuto a lui. Troppo presto. Nel migliore dei casi potrebbe prelevarmi un pezzo di muscolo per verificarne l'invecchiamento come ha fatto per due mesi con dei poveri topi (gli animalisti non si scandalizzino, ovvero lo facciano anche per i moscerini dell'uva o le farfalle sudamericane, comunemente usate dai biologi molecolari per studiare i meccanismi  alla base della capacità di riconoscimento delle rotte migratorie). 


PP.SS.: ho deciso di non usare ViaggioDiGiorno come blog per questo viaggio. Non c'è una ragione. Inutile inventarne una.

Miami Rains

Diciamolo subito.   Avremmo preferito raccontare di Miami Beach. Del suo arenile. Bianco e sterminato. Delle cabine dei Baywatchers...