Un vento forte piega violentemente la testa alle alte palme di fronte alla camera de nostro motel.
Quel movimento forzato trasmette il senso di una rassegnata abitudine messa a dura prova dal passaggio di Irma, che già ieri lungo la strada ha lasciato vari ricordi di cartelloni pubblicitari squarciati e ramaglie varie lungo i bordi della Interstate 95.
Oggi ci aspetta il trasferimento a Kennedy Space Center, poco più di 200 km da qui.
La pioggia che a tratti scroscia rumorosa, non ci lascia spazio per un viaggio scoperchiati o , almeno per gran parte del percorso va così.
Circa a meta strada però, il campanello della Mustang ci avverte che abbiamo tutti i due i pneumatici anteriori sgonfi. Ovviamente qui non misurano in atmosfere, va a sapere che cosa vuol dire il numero riportato in giallo sul visore. Fatto sta che ci dobbiamo fermare a gonfiarle ad una colonnina che ingoia un dollaro ma non restituisce nessuna indicazione (in nessuna unità di misura) della pressione. Così, all’antica, tastando con il pollice la durezza del pneumatico gonfio finche penso che sia giusto e in effetti, almeno il campanello è tacitato.
Ne approfittiamo anche per ripartire scappottati.
Btw, ho trovato un’altra ragione per l’italiano della corsia di mezzo. Avendo già viaggiato quei avrei dovuto ricordarmela prima: dato che in USA non esiste l’obbligo di viaggiare a destra, qui ognuno (tranne i truck) si piazza dove vuole e si guarda bene alle spalle, destra o sinistra che sia, perché il sorpasso è consentito in tutti i modi.
Ecco che, forse, “tu vo fa’ l’americano” è l’ispirazione dei simpatici occupanti di corsia italiana.
Che, poi, si parla tanto di rispetto dei limiti: qui in Florida il limite massimo è 70 Mph (miglia per ora), ma nessuno, dico nessuno, lo rispetta. Certo, nessuno viaggia a 130 (qui nessuno che “vo fa’ l’italiano”) ma se vai agli 80 sei quasi un intralcio.
All’arrivo al Kennedy Space Center cerco Prezzemolo, la mascotte di Gardaland, tanto l’effetto da Parco a tema è grande (e deludente, all’inizio).
Poi però, complice sicuramente il fatto di aver prenotato la visita guidata più lunga nella parte storica del parco, quella dei Mercury, Gemini e Apollo per intenderci, il tutto prende un’altra forma e l’emozione di calpestare gli stessi luoghi dei mie eroi infantili prende il sopravvento e mi trascina (assieme a Luca) in un mood di entusiasmo e curiosità tutt’altro che finto.
Mark Smith, il tenant della NASA che ci accompagna nelle tre ore di visita, ci spiega con un pizzico di nostalgia la storia delle rampe e degli hangar che hanno visto lo sviluppo della battaglia per lo spazio giocata negli anni ’50 e ’60 e culminata con l’arrivo sulla Luna nel 69.
Ci accompagna alla rampa di lancio del Mercury dove Alan Shepard, il primo americano nello spazio pronunciò le memorabili parole “Per favore, Dio, fa che io non fotta tutto.” ( non sto scherzando… certo, altro stile rispetto a “un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità).
Il razzo sembra finto da tanto è piccolo. La punta che serviva nel caso in cu ci fossero stati problemi ad eiettare la capsula, è stata spezzata dalla furia di Irma e adesso si trova imprigionata da un cavo alla base del missile stesso.
In pratica sedevano questi coraggiosi su un missile balistico alto come una casa a tre piani e li scaraventavano in orbita.
In realtà, Shepard fece solo una parabola, ma iniziò a colmare la lacuna con i russi che, non ho mai capito perché venissero chiamati cosmonauti, mentre gli americani erano astronauti, ho sempre accettato la cosa come una sottile, ma doverosa, differenziazione , almeno fino alla fine della Guerra Fredda…
La visita alla blockhouse, ovvero il bunker da cui si comandava il lancio è ancora più interessante.
La vista di quella archeotecnologia fa sorridere. Il trisnonno dello smartphone con la sua manciata di kilobyte di memoria era però in grado, collegato direttamente alla rampa di lancio, di trasmettere tutte le informazioni utili per sparare in orbita il razzo calcolandone coordinate e impostando correzioni.
La visita alla rampa di lancio dell’Apollo 1 che, purtroppo non è mai partito, da l’idea dell’evoluzione della tecnica dei razzi e del prezzo pagato. La navicella si incendiò durante un “dress rehearsal” cremando vivi i tre astronauti a causa di un scarso isolamento termico del portellone della capsula.
La base su cui veniva appoggiato il razzo, una costruzione di cemento armato. è però almeno 100 volte più grandi di quella, in ferro, usata nei primi lanci del Mercury!
Lo stop di qualche anno, alla ricerca delle correzioni indispensabili a salvare la vita di uomini che accettavano di sedersi su una torre (questa volta altissima) portò a fare missioni “unmanned” senza equipaggio, fino al mitico Apollo 8 di cui ricordo tutto chiaramente ( avevo 8 anni, ma, come tanti, il sogno di fare l’astronauta - il cosmonauta no, non mi attirava, non so perché…).
Bormann, Lovell (lo stesso dell’Apollo XIII), Anders sparirono dietro la Luna vedendone per la prima volta la faccia nascosta.
Ricordo che ascoltai in diretta il momento della sparizione, mentre mi fu vietato, un anno dopo, di seguire (in notturna per la verità) lo sbarco sulla Luna.
La visita guidata termina in un gigantesco hangar dove “dorme” il vettore Saturn. Le sue dimensioni sono veramente impressionanti, fanno ancor di più pensare al coraggio dei primi eroi che, praticamente, si vestivano da “uomo cannone” (ché le donne, tante per la verità, sono arrivate, tar gli astronauti, solo con lo shuttle, anni dopo). I Russi in questo erano più avanti…
Nello stesso hangar puoi vedere (ma non toccare, come a Chicago dove ho toccato la capsula dell’apollo 8) il LEM (modulo lunare) che appeso in aria mimando un allunaggio sembra enorme e complicato.
C’è anche la capsula dell’Apollo XIII protagonista dello storico rientro in emergenza raccontato egregiamente da Ron Howard nel suo film con Tom Hanks.
La giornata (estenuante, si può capire) finisce con la visita all’hangar dove l’Atlantis, uno dei cinque shuttle, fa la parte da padrone.
Anche qui, l’impressione dell’enormità delle dimensioni prevale. Meno eroica, più routinaria (135 missioni), con aspetti più da industria dello spazio che esplorazione dello stesso, la fase degli shuttle è però quella che ha permesso la costruzione della stazione orbitale a cui partecipa anche l’Italia (menzionata più volte nei poster e nelle bandiere qua e la’) e , soprattutto, della messa in orbita dei telescopi come Hubble che hanno permesso scoperte incredibili nel campo dell’astronomia.
Esausti, ma entusiasti della visita dalla quale abbiamo preso tutto incluso il giro nel simulatore dello Shuttle e la foto da astronauti, decidiamo di rimetterci in viaggio per smezzare la distanza da qui a key west che, tradotta in km, non la dico perché mi mette ansia.
Ci spingiamo, in un traffico scorrevole su autostrade sempre più ampie, fino a Boca Raton, mitico luogo di laboratori IBM tante volte sentito nominare soprattutto nel mio passato.
Qui Luca ne approfitta per un dopo cena con amici conosciuti a Gainesville. La festa è in una splendida villa all’interno di un villaggio blindato (guardia all’accesso che ti chiede i documenti). Lo accompagno io dopo una cena in un ristorante asiatico, tornerà poi da solo, un po’ più tardi con il solito Uber…
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