lunedì 2 ottobre 2017

Keys Strong

Il rientro in hotel ieri sera, da solo,  viene funestato dalla mia incapacità di orientamento unità al fatto che Google Maps e Waze, in pratica tutti i programmi che uso per trovare la strada, non funzionano. Non so perché, ma ho impiegato un po’ per trovare la siracca giusta e capire che era meglio spegnere e riaccendere l’iPhone. 

Trovata la strada, in hotel mi aspetta la festa rumorosa e alticcia dei giovani ospiti del nostro albergo. Un albergo niente male, questo Ramada Suite che stasera rimbomba di musica e alcool come fosse una discoteca. 

La stanchezza però prevale e parto subito, come anestetizzato, svegliandomi solo per un attimo al rientro di Luca. 

Stamattina ci aspetta un lungo viaggio verso le Keys, anzi verso la punta più estrema di Key West dove ho prenotato l’albergo top di questo giro: l’Hayatt Central.  Una suite con semi vista oceano all’altezza dei migliori alberghi cui punto almeno un paio di notti in ogni vacanza. 

Il percorso da Boca Raton si snoda principalmente sulla Highway 1 che finisce (o inizia) proprio qui a Key West. 

Un percorso monotono e lento (limite principalmente 55 Mph) spesso su lunghi ponti o parapleni, per dirla alla cubana.
Viaggiamo scoperchiati per lunghi tratti e ci abbronziamo al suono di Chan Chan ed altre musiche dei Buenavista Social Club.

La lunga cavalcata ci permette di farci un’idea della forza devastatrice di Irma, l’uragano che ha fatto visita qui poche settimane  fa. 

Ai lati della Highway che costeggia senza protezioni piccoli insediamenti come grandi paesotti e si snoda collegando i vari cayos di quest filante arcipelago, cumuli ordinati di macerie in disordine, testimoniano l’apocalisse che deve essere stato il passaggio dell’uragano. 

Tettoie dei distributori inginocchiate sulle pompe di benzina, scheletri di cartelloni pubblicitari, centinaia di materassi, poltrone, divani, rotoli di moquette inzuppati dall’acqua e migliaia di ceppi dei tronchi di alberi abbattuti, giacciono accatastati in gigantesche montagne ai bordi della strada. 

Il lavoro di taglio degli alberi e accatastamento delle macerie deve aver coinvolto migliaia di persone e mezzi, perché la precisione ed insieme l’ordine con cui sono disposti fa impressione. 

Poi, spesso, la carreggiata (per di più una sola per senso di marcia ) è ostruita da truck con cassone e rimorchio che portano i detriti chissà dove. 

Spesso incroci cartelli, scritti a mano sulle stesse lastre di legno divelte dal vento, che inneggiano alla reazione, alla, da noi diremo, ricostruzione. 

“Keys Strong” è il più frequente. Gioca sul fatto che suona come le Keys (K) sono forti. 

Altri cartelli minacciano gli sciacalli (looters). 
“You loot, we kill”, “ tu fai lo sciacallo, noi ti uccidiamo” impressiona al pensiero che qui, più o meno, tutti hanno un’arma. 

Poco dopo Key Dutch, una delle isole, siamo talmente provati dalla stanchezza e, soprattutto cotti dal sole, che ci fermiamo a mangiare in un ristorante in riva al mare. 

Come sempre,  mi domando perché debbano rovinare una materia prima come i gamberi che qui certamente abbondano, con pastelle e salse che ne offendono il sapore e la freschezza. 
Fatto sta che l’unico piatto che mi sembra ordinabile sono dei gamberi col cocco.

La speranza è (dalla descrizione sembra cosi) che il cocco sia a parte.
Che sia solo una specie di contorno. 
Invece no. 
Scaglie del frutto  impestano la pastella che ricopre il gambero fritto conferendogli un sapore dolciastro (è disgustoso) che lo declassa immediatamente a piatto da trincea. Ovvero una cosa che mangi per non morir di fame e non sprecare i soldi che ti è costato. 

Per non parlare del caffè, ordinato nella speranza di ammazzare il gusto da melassa.  Acqua sporca nel vero senso della parola. 

Il bello è che devi pure lasciare la mancia, altrimenti qui si arrabbiano...

La delusione del pranzo  e la stanchezza  per il viaggio si annientano però all’arrivo nel nostro hotel, sulla punta più occidentale di Key West. 

Anche qui Irma ha colpito duro. I resti del grande albero nel piazzale di fronte all'ingresso giacciono in disordine e senza speranza... (no questa è un'altra Storia).
Il tronco divelto nelle radici è stato già sezionato e mezzo rimosso.
L'efficienza dell'organizzazione americana, non lascia scampo alle commemorazioni funebri.

L'albergo però è uno spettacolo.

Un regalo nel regalo. 

Una receptionist di origini orientali, carina e gentile, finalmente ci accoglie come re  e ci sistema come  principi (la camera ha una vista parziale e non totale sull’oceano....).
Come tutti, quando intuiscono (chissà perché) che siamo italiani, ha un sussulto di gioia e condivide subito apprezzamenti su esperienze vissute personalmente.
Lei, ad esempio, passava tutti gli week end a Milano per mangiare bene, in fuga dalla Svizzera dov'era a studiare.

Nonostante la dimensione della stanza però e la sua gradevolezza, l’esplosione senza controllo delle valigie la devasta totalmente, costringendomi alla promessa di una ricomposizione serale per poter accedere al letto. 

Prima però vogliamo fare un giro a piedi sull’isola perdendoci tra le sue vie ed i suoi odori. 

Un’atmosfera e degli aromi tropicali che ricordano una Cuba ricca e festosa. 
Subito ti imbatti nei padroni incontrastati del territorio: i galli. 
Si, proprio dei polli che zampettano indisturbati in ogni dove, a volte appollaiati sugli alberi. 
Residuo di un’usanza del passato da isola di pirati e biscazzieri che usavano i combattimenti di questi animali per esercitare rabbie da scaricare poi in battaglie vere. 

Decine di bar e ristoranti  che hanno l’aria di essere centri di piacere si affacciano sulle vie strette ed assediate dalle macerie. 
Antiche case coloniali in legno dipinto a tinte vivaci si affacciano sulle vie fiere reduci della forza devastatrice. 
Musica latino americana esce dai locali che espongono cartelli con orgogliosi “Now Open” o ribelli “ We beat Irma”. 
La sensazione  di orgoglio e voglia di uscire dal momento infelice si respira ovunque e, proprio la regolarità delle cataste di macerie pronte ad essere rimosse  è testimone di questa voglia di dimenticare. 

Arriviamo, passando davanti agli edifici più famosi incluse le case di Hemingway e Truman,  fino al Southermost point, il punto più a sud degli Stati Uniti. Una luce meravigliosa permette di osservare il gioco di pellicani che si contendono un pilone in mezzo al mare. Il ceppo (mezzo) colorato è il ritorno dei selfisti che non sono solo turisti.
Un addetto alle pulizie delle strade, forse stanco dal superlavoro di queste settimane, si ferma col suo camion giallo pieno di ceppi e ramaglie e si fa fotografare come uno dei tanti "foresti".

Poi, però , c’è un’altra  faccia dell’isola che non si cancella facilmente: decine di homeless vagano barcollanti frugando nei cestini o dormendo sulle panchine. 
Spesso cavalcano ondeggianti biciclette col manubrio da "cross", anni '70. Luca osserva che sono palestrati, in generale hanno infatti fisici magri ed abbronzati, ma ce ne sono anche ben più degradati...

Chissà che storie hanno dietro.

In poche ore e del tutto casualmente abbiamo assistito a due arresti. 

Nessun patema però o sensazione di disagio. L’atmosfera un po’ démodé e, soprattutto un tramonto da favola, cancellano ogni possibile apprensione. 

Alla fine, per completare l’insieme di piacevoli sensazioni, decidiamo anche di concederci la cena Gold della vacanza e capitiamo bene mangiando con soddisfazione al Bagatella.
Cena curata e da signori, sul patio di una vecchia casa coloniale, nonostante il costume e le infradito. 

P.S.: ho caricato un po' alla rinfusa alcune foto fatte oggi, chi ha letto e anche chi non ha letto, potrà vedere le immagini di quanto raccontato...





































Nessun commento:

Posta un commento

Miami Rains

Diciamolo subito.   Avremmo preferito raccontare di Miami Beach. Del suo arenile. Bianco e sterminato. Delle cabine dei Baywatchers...