Diciamolo subito.
Avremmo preferito raccontare di Miami Beach.
Del suo arenile. Bianco e sterminato.
Delle cabine dei Baywatchers, così diverse una dall’altra.
Avremmo gradito sbirciare giovani copie di Pamela Anderson, nell’atto di ricaricarsi di energia, sdraiate sui lettini bianchi disposti regolarmente come pannelli solari.
Avremmo voluto, Luca ed io, poter commentare di muscoli ed abbronzature, di valletti e cortigiane, tuffarci nell’acqua limpida che vedi nei telefilm e sorseggiare cocktail al tramonto cercando il sole dalla parte sbagliata come nella famosa scena di Ecce Bombo.
Avremmo voluto.
E invece, no!
Una tempesta tropicale, praticamente il cuginetto di Irma, interrompe il nostro sogno ed il mattutino tentativo di camminata veloce sulla spiaggia.
Riusciamo, giusto in tempo, a rifugiarci nel ristorante del nostro albergo per una rassegnata colazione.
Ecco che, la giornata va ripensata tutta da capo.
La spiaggia è esclusa.
Di musei non se ne parla.
Ci rimangono l’opzione Everglades (un Delta del Po moltiplicato per 100 e pieno di alligatori) oppure Wynwood Walls, ovvero il quartiere dei murales a Miami.
Oppure tutti e due, come nelle migliori nostre abitudini di farci stare dentro tutto.
Non ho dubbi su come partire e, così, con il solito Uber, ci catapultiamo a Wynwood .
É un ex zona industriale rivitalizzata dal genio di un imprenditore , Tony Goldman, che ha creduto nei writers, altrove vituperati, e ha concesso loro di riempire i muri delle ex sedi produttive con degli splendidi murales.
Una serie di capolavori (si perché io li considero tali) decora le facciate di più isolati di capannoni, la parte privata, ma aperta al pubblico, è racchiusa da porte di accesso in ferro battuto (http://www.thewynwoodwalls.com).
Poi, tutto intorno, la zona intera è stata rivitalizzata dai colori e dalla fantasia di questi geni della bomboletta.
Mi rincuora pensare che, per la verità, lo stesso accade ormai in tanti altri posti al mondo (Londra, con Brick Lane, Roma con Tormarancia e il lungo tevere, Milano col recinto dell’Ippodromo di San Siro. Per non dire di Melbourne, San Francisco e, addirittura, la bigotta Verona che ha concesso alla street art il muraglione di Stradone Santa Lucia che delimita lo sterminato Scalo Merci Ferroviario dove si sono compiute parte delle mie esperienze da capostazione).
Alcune opere colpiscono profondamente per la composizione originale e l’armoni dei colori.
Altre possono solo aspirare ad attrarre l’attenzione della solita vanitosa che si atteggia a diva scattandosi un selfie con l’immancabile bastoncino.
Ironia della sorte, poi, il sole ha fatto capolino e ci accompagna per la maggior parte della nostra visita.
Se ne va, travolto da una pioggia/doccia calda, giusto un secondo dopo che Luca ed io ci sediamo ad un tavolino, in mezzo alla strada, sorseggiando un buonissimo frullato stile “Contro il logorio della vita moderna” (per i giovani era una pubblicità da Carosello con Ernesto Calindri, per me bambino famoso solo per quello).
Lo sketch dura proprio poco perché dobbiamo rifugiarci, già bagnati come pulcini, all’interno del bar.
Ultima tappa al "Cars and Guitars" uno splendido emporio di cose e auto vintage (e chitarre da intenditori.
Il commesso, ripreso violentemente dal suo capo accorso in suo aiuto per rispondere alla mia domanda, pensava fosse dell'Ikea...
Invece è una libreria in stile scandinavo degli anni '50 che costa 20000 dollari.
Spero che Luca, Simone e Denis, i falegnami che mi hanno fatto Nella, non leggano questo blog ;)!
Tornati in albergo, ci aspetta una doccia calda e ristoratrice ed il compito di decidere se sfidare di nuovo il tempo andando ad Everglades.
Senza troppe discussioni, itiriamo la nostra Mustang (sotto un diluvio da leggenda) e ci avviamo verso nord-ovest.
Abbiamo prenotato l’escursione con la Air-boat da Buffalo Tiger’s, l’aggressivo nome dell’antenato della famiglia indiana della tribù dei Miccosukkee che gestisce l’attività tuttora.
All’interno delle Everglades si estende infatti una riserva indiana.
Il tipo, reso burbero da un tatuaggio sul collo col fucile e la scritta “gangster” più che dai modi che invece sono quasi affabili e dall’inglese stranamente comprensibile, porta in giro noi, ed altri tre che sono decisi a sfidare il tempo.
Sono tedeschi.
Io e Luca concludiamo che sono capitati qui per i colori della bandiera di Miccosukkee che (a parte un bianco che non si nota subito) sembra quella della Germania.
C’è da dire che anche con l’indiano si ripete il valzer del “WoW” quando dici che sei italiano.
Danza che si trasforma invece in un piatto “Ah” alla dichiarazione di nazionalità dei nostri compagni di avventura.
La Air-Boat, il cui rumore viene attenuato dagli obbligatori tappi per le orecchie, vola veloce sul canneto e sulle ninfee della palude.
Corre sui canali naturali che si formano tra la vegetazione e, quando la attraversa, sobbalza e rallenta, ma non si ferma.
Luca va subito con la memoria all’esperienza per lui più divertente: lo jet-ski. Dice che addirittura vince il confronto col lancio col paracadute.
Il coraggio di sfidare la tempesta imbarcandoci su questo missile senza tetto viene però ripagato.
Ben tre volte, Il nostro capo indiano avvista alligatori (si pronuncia come uno strascicato alighedor…) semi nascosti nella vegetazione.
Si avvicina a motore spento e ci permette di vederli da vicino.
I primi due sono adolescenti, esemplari giovani, l’ultimo invece, avvisato nella zona del Villaggio Indiano su palafitte, era un adulto dalle dimensioni inquietanti.
Vivono in solitaria e sono veramente primitivi.
Il teen ager, stuzzicato dal capo indiano, ingoia, con un rumoroso scatto delle fauci e della gola, qualsiasi cosa gli venga gettata.
Il più piccolo, ha perso invece una zampa. Secondo “il gangster”, se l’è mangiata un suo simile dato che gli “alighedor” sono anche cannibali.
Il rientro all base è però funestato dal ciclo risciacquo.
Un torrente di acqua si abbatte sulle nostre teste senza riparo bagnando noi e tutto ciò che abbiamo addosso senza alcuna possibilità di scamparla.
Per fortuna che non c’è freddo, ma la corsa in albergo per una doccia calda diventa il nostro unico pensiero. (Attraversare Miami in un’ora di punta non si può definire corsa, immagina un po’ come siamo arrivati in stanza).
Per l’ultima cena decido che ho voglia di pesce.
Imposto i filtri su Tripadvisor, pesce e vegetariano/vegano ed esce un unico ristorante.
Greco.
Tra me e me penso che meglio greco che americano e prenoto con OpenTable da Milos by Costas Spiliadis.
Il ristorante è bellissimo e pieno di gente “su”. Luca si perde ad associare le Ferrari e le Rolls Royces parcheggiate fuori agli avventori dentro.
Io faccio invece un altro gioco, ma è meglio che non lo scriva.
Mangiamo benissimo scegliendo senza troppe variazioni (per Luca) dal menù fisso della serata (all’ incredibile cifra, visto il posto, di 39 dollari)
Un calice di vino bianco, greco per me e rosso per Luca, accompagna le portate.
Devo dire che, anche senza Daniel, il cameriere di ieri sera, questa cena è veramente riuscita bene al punto che la discussione vaga, tra risate e commenti vari, spaziando dall’esistenza di dio alla strana dimensione olfattiva delle nostre valigie.
Domani si torna, era ora.
Quando sei in giro, soprattutto in periodi strani, ti senti sempre un po’ a disagio, quasi un ladro.
Per la verità però, se ti diverti, come succede spesso a me, questo disagio dura poco. Tanto il tempo passa lo stesso, e pure in fretta…
Nessun commento:
Posta un commento