Devo tornare indietro e ripartire da ieri.
Il viaggio, anche se perfetto nei tempi e nei modi, è comunque un massacro. Soprattutto per le 6 ore passate in aeroporto a Miami in attesa della coincidenza per Gainesville.
Tutta la stanchezza si dissolve però all’arrivo dell’auto di Uber (che qui impazza) con Luca a bordo.
Il primo abbraccio è veloce, ma intenso. Annulla in un secondo la distanza tra quello al banco partenze di Fiumicino di quasi tre mesi fa.
Recuperate valigie e scatole di cartine piene di cianfrusaglie (Luca non cambierà mai, pensa di tornare in Italia con una scatola di cartone in mano...) e occupata la stanza del nostro squallido (ma comodo) hotel, mi lascio vestire da Florida Dad e, più zombie che umano, mi incammino abbracciato a Luca verso downtown.
Una popolazione giovanile dal tasso alcolico in ascesa popola il crocicchio delle due strade che segnano il centro.
Le ragazze vestono tutte con minishorts e quegli stivaletti a punta, tipo cowboy, che ai miei tempi mi sembra si chiamassero vaqueros.
Ondeggiano barcollanti ridendo sguaiatamente, forse per i tacchi malfermi di queste calzature western...
Ondeggiano barcollanti ridendo sguaiatamente, forse per i tacchi malfermi di queste calzature western...
I ragazzi sono meno formali, la gran parte veste magliette azzurre con la scritta arancione e il richiamo ai Florida Gator, la locale squadra di football americano. Anche loro ondeggiano nell’andatura.
Il più delle volte seguendo con lo sguardo il ritmo di un punto fisso poco più in alto degli stivaletti davanti a loro.
Quasi sempre, se ti incrociano lo sguardo, il saluto è “Go Gator!”. Lo biascicano mimando con le braccia tese il gesto delle fauci di un alligatore.
Il più delle volte seguendo con lo sguardo il ritmo di un punto fisso poco più in alto degli stivaletti davanti a loro.
Quasi sempre, se ti incrociano lo sguardo, il saluto è “Go Gator!”. Lo biascicano mimando con le braccia tese il gesto delle fauci di un alligatore.
Ci fermiamo (io ormai in uno stato di semi incoscienza) in un pub a bere una birra. L’aria dentro è infetidita dal fumo di qualche sigaretta stranamente permessa.
Tra un “batti un cinque” e l’altro la conversazione con Luca inizia a sciogliersi e a sorvolare le emozioni di questa sua esperienza.
Poi, di fronte ad una semplice domanda, per la verità tipica delle nostre vacanze, domanda del tipo :” allora, bilancio di questi giorni?” Luca si blocca, esita a rispondere e, per la prima volta si rende conto di quanto in fretta è passato il tempo qui e di come sia davvero arrivato il momento di salutare.
Senza rimpianti, da quanto capisco. Ma il momento è proprio arrivato. Come se dall’abbraccio di Roma ad oggi fosse passato un solo secondo.
Ma il bello arriva subito dopo.
Ci incamminiamo, barcollando un po’ anche noi e, mentre siamo fermi ad un semaforo aspettando il verde, dall’altra parte della strada un gruppo di ragazzi inizia a gridare festoso nella nostra direzione.
Già fatico a capire se uno parla piano e con la lingua, diciamo, poco impastata, figuriamoci cosa posso aver capito di quelle urla...
Assieme a Luca rispondo festoso sbracciandomi compostamente nella loro direzione.
Questi però insistono e si fermano ad aspettare che noi attraversiamo.
Non hanno nulla di minaccioso e quindi non ci preoccupano. Arrivati vicino le loro urla si decifrano meglio. E sono distintamente indirizzate solo a me!
Finalmente distinguo che mi stanno chiamando per nome: “Joe! Joe!”
Io continuo a non capire a che Joe si riferiscano, ma uno di questi mi chiede di fare un selfie con lui!
Ovviamente acconsento con trasporto e poi, di fronte al mio divertito stupore, finalmente si svela l’arcano: mi hanno scambiato per Joe Maddon, allenatore dei Chicago Cubs, squadra di baseball della capitale dell’Illinois.
Ovviamente acconsento con trasporto e poi, di fronte al mio divertito stupore, finalmente si svela l’arcano: mi hanno scambiato per Joe Maddon, allenatore dei Chicago Cubs, squadra di baseball della capitale dell’Illinois.
Mi mostrano una sua foto e, effettivamente, un po' photoshoppato dall’alcol, una certa somiglianza c’è.
Andiamo a letto, distrutti, nel piuttosto squallido motel, contenti però del mio momento di notorietà ripromettendoci una sveglia molto presto (posso testimoniare, visto che sto facendo rewind che non ce l'abbiamo fatta e abbiamo bellamente ignorato la campanella).

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