giovedì 5 ottobre 2017

Miami Rains

Diciamolo subito. 

Avremmo preferito raccontare di Miami Beach.
Del suo arenile. Bianco e sterminato.
Delle cabine dei Baywatchers, così diverse una dall’altra.

Avremmo gradito sbirciare giovani copie di Pamela Anderson, nell’atto di ricaricarsi di energia, sdraiate sui lettini bianchi disposti regolarmente come pannelli solari.

Avremmo voluto, Luca ed io, poter commentare di muscoli ed abbronzature, di valletti e cortigiane, tuffarci nell’acqua limpida che vedi nei telefilm e sorseggiare cocktail al tramonto cercando il sole dalla parte sbagliata come nella famosa scena di Ecce Bombo.

Avremmo voluto.

E invece, no!

Una tempesta tropicale, praticamente il cuginetto di Irma, interrompe il nostro sogno ed il mattutino tentativo di camminata veloce sulla spiaggia.





Riusciamo, giusto in tempo, a rifugiarci nel ristorante del nostro albergo per una rassegnata colazione.

Ecco che, la giornata va ripensata tutta da capo.

La spiaggia è esclusa. 
Di musei non se ne parla.
Ci rimangono l’opzione Everglades (un Delta del Po moltiplicato per 100 e pieno di alligatori) oppure Wynwood Walls, ovvero il quartiere dei  murales a Miami.

Oppure tutti e due, come nelle migliori nostre abitudini di farci stare dentro tutto.

Non ho dubbi su come partire e, così, con il solito Uber, ci catapultiamo a Wynwood .

É un ex zona industriale rivitalizzata dal genio di un imprenditore , Tony Goldman, che ha creduto nei writers, altrove vituperati, e ha concesso loro di riempire i muri delle ex sedi produttive con degli splendidi murales.
Una serie di capolavori (si perché io li considero tali) decora le facciate di più isolati di capannoni, la parte privata, ma aperta al pubblico, è racchiusa da porte di accesso in ferro battuto (http://www.thewynwoodwalls.com).






Poi, tutto intorno, la zona intera è stata rivitalizzata dai colori e dalla fantasia di questi geni della bomboletta.

Ci perdiamo a fotografare i risultati della fiducia riposta in questi artisti.







Mi rincuora pensare che, per la verità, lo stesso accade ormai in tanti altri posti al mondo (Londra, con Brick Lane, Roma con Tormarancia e il lungo tevere, Milano col recinto dell’Ippodromo di San Siro. Per non dire di Melbourne, San Francisco e, addirittura, la bigotta Verona che ha concesso alla street art il muraglione di Stradone Santa Lucia che delimita lo sterminato Scalo Merci Ferroviario  dove si sono compiute parte delle mie esperienze da capostazione).

Alcune opere colpiscono profondamente per la composizione originale e l’armoni dei colori.
Altre possono solo aspirare ad attrarre l’attenzione della solita vanitosa che si atteggia a diva scattandosi un selfie con l’immancabile bastoncino.

Ironia della sorte, poi, il sole ha fatto capolino e ci accompagna per la maggior parte della nostra visita.

Se ne va, travolto da una pioggia/doccia calda, giusto un secondo dopo che Luca ed io ci sediamo ad un tavolino, in mezzo alla strada, sorseggiando un buonissimo frullato stile “Contro il logorio della vita moderna” (per i giovani era una pubblicità da Carosello con Ernesto Calindri, per me bambino famoso solo per quello).

Lo sketch dura proprio poco perché dobbiamo rifugiarci, già bagnati come pulcini, all’interno del bar.

Ultima tappa al "Cars and Guitars" uno splendido emporio di cose e auto vintage (e chitarre da intenditori.
Troneggia, vicina all'ingresso una libreria che mi ricorda qualcosa...






Il commesso, ripreso violentemente dal suo capo accorso in suo aiuto per rispondere alla mia domanda, pensava fosse dell'Ikea...
Invece è una libreria in stile scandinavo degli anni '50 che costa 20000 dollari.

Spero che Luca, Simone e Denis, i falegnami che mi hanno fatto Nella, non leggano questo blog ;)!

Tornati in albergo, ci aspetta una doccia calda e ristoratrice ed il compito di decidere se sfidare di nuovo il tempo andando ad Everglades.

Senza troppe discussioni, itiriamo la nostra Mustang (sotto un diluvio da leggenda) e ci avviamo verso nord-ovest.

Abbiamo prenotato l’escursione con la Air-boat da Buffalo Tiger’s, l’aggressivo nome dell’antenato della famiglia indiana della tribù dei Miccosukkee che gestisce l’attività tuttora.
All’interno delle Everglades si estende infatti una riserva indiana.
Il tipo, reso burbero da un tatuaggio sul collo col fucile e la scritta “gangster” più che dai modi che invece sono quasi affabili e dall’inglese stranamente comprensibile, porta in giro noi, ed altri tre che sono decisi a sfidare il tempo.

Sono tedeschi.
Io e Luca concludiamo che sono capitati qui per i colori della bandiera di Miccosukkee che (a parte un bianco che non si nota subito) sembra quella della Germania.




C’è da dire che anche con l’indiano si ripete il valzer del “WoW” quando dici che sei italiano.
Danza che si trasforma invece in un piatto “Ah” alla dichiarazione di nazionalità dei nostri compagni di avventura.

La Air-Boat, il cui rumore viene attenuato dagli obbligatori tappi per le orecchie, vola veloce sul canneto e sulle ninfee della palude.
Corre sui canali naturali che si formano tra la vegetazione e, quando la attraversa, sobbalza e rallenta, ma non si ferma.
Luca va subito con la memoria all’esperienza per lui più divertente: lo jet-ski. Dice che addirittura vince il confronto col lancio col paracadute.

Il coraggio di sfidare la tempesta imbarcandoci su questo missile senza tetto viene però ripagato.

Ben tre volte, Il nostro capo indiano avvista alligatori (si pronuncia come uno strascicato alighedor…) semi nascosti nella vegetazione.
Si avvicina a motore spento e ci permette di vederli da vicino.
I primi due sono adolescenti, esemplari giovani, l’ultimo invece, avvisato nella zona del Villaggio Indiano su palafitte, era un adulto dalle dimensioni inquietanti.
Vivono in solitaria e sono veramente primitivi.
 Il teen ager, stuzzicato dal capo indiano, ingoia, con un rumoroso scatto delle fauci e della gola,  qualsiasi cosa gli venga gettata.
Il più piccolo, ha perso invece una zampa. Secondo “il gangster”, se l’è mangiata un suo simile dato che gli “alighedor” sono anche cannibali.




Il rientro all base è però funestato dal ciclo risciacquo.
Un torrente di acqua si abbatte sulle nostre teste senza riparo bagnando noi e tutto ciò che abbiamo addosso senza alcuna possibilità di scamparla.




Per fortuna che non c’è freddo, ma la corsa in albergo per una doccia calda diventa il nostro unico pensiero. (Attraversare Miami in un’ora di punta non si può definire corsa, immagina un po’ come siamo arrivati in stanza).

Per l’ultima cena decido che ho voglia di pesce.
Imposto i filtri su Tripadvisor, pesce e vegetariano/vegano ed esce un unico ristorante.
Greco.
Tra me e me penso che meglio greco che americano e prenoto con OpenTable da Milos by Costas Spiliadis.

Il ristorante è bellissimo e pieno di gente “su”. Luca si perde ad associare le Ferrari e le Rolls Royces parcheggiate fuori agli avventori dentro.
Io faccio invece un altro gioco, ma è meglio che non lo scriva.

Mangiamo benissimo scegliendo senza troppe variazioni (per Luca) dal menù fisso della serata (all’ incredibile cifra, visto il posto, di 39 dollari)
Un calice di vino bianco, greco per me e rosso per Luca, accompagna le portate.

Devo dire che, anche senza Daniel, il cameriere di ieri sera, questa cena è veramente riuscita bene al punto che la discussione vaga, tra risate e commenti vari, spaziando dall’esistenza di dio alla strana dimensione olfattiva delle nostre valigie.




Domani si torna, era ora.
Quando sei in giro, soprattutto in periodi strani, ti senti sempre un po’ a disagio, quasi un ladro.


Per la verità però, se ti diverti, come succede spesso a me, questo disagio dura poco. Tanto il tempo passa lo stesso, e pure in fretta…

martedì 3 ottobre 2017

Reverse eMotion

Sto fumando, assieme a Luca, un cigarillos Romeo y Julieta sulla terrazza al quarto piano del nostro hotel, il Redbury South Beach di Miami Beach

Senza  respirarlo è un vizio che, talvolta, in vacanza, mi concedo.

Il sigaro come stessa terapia d’urto per la tosse esattamente come il jet ski che ha sistemato la mia schiena. 

Non so se funzionerà, ma io ci provo lo stesso.



Penso alla giornata e decido di raccontarmela all’indietro. 
Come in un reverse motion che incontra la vocale adatta a riempirlo di emozioni. 

Il sigaro arriva da un bar della Little Habana, una via di Miami ispirata alla (qui) mitica Cuba.
In realtà, gli italiani sono arrivati anche lì e più che una Little Habana, sembra una Little Italy con tanto di osterie e cacio e pepe. 




Indietreggiando coi ricordi, senza inciampare, al primo (ultimo) posto trovo Uber. 

Una vera figata. 

Non ce l'ho coi tassisti italiani. Penso non sia un lavoro facile e, se pagassero anche le tasse, probabilmente, sarebbe pure insostenibile. 

Però, in termini di comodità ed efficienza (ed anche prezzo) Uber viene da un altro pianeta. 

Luca che è un aficionados, in due minuti trova una macchina che ci riporta qui al nostro albergo. 
Scegliamo la formula Uber X, cioè macchina normale senza condividerla con altri, ma sarebbe possibile, dividendo la spesa, viaggiare assieme ad altri che vanno più o meno nella stessa direzione.

In realtà, è soltanto una versione digitale dei tassisti abusivi cubani che fanno la stessa cosa con le loro auto anni '50.

Stasera, al ritorno, ci capita James. 

A bordo di una Lexus pulitissima e ospitale, ci accoglie con un sorriso ed il solito “hey guys!” davanti al ristorante Smith & Wollensky di South Beach. 

Appena capisce che siamo italiani, si scioglie nel racconto delle sue origini siciliane. 
Metà in inglese, metà in spagnolo ride e scherza con noi e ci confida il suo sogno milionario (e forse un po’ strafatto).

Assieme a due soci, uno addirittura Ceo del Children hospital, l’altro License Owner (in Florida, dice, esistono solo 12 licenze della cosa che vado a dire) sta impiantando una start-up di coltivazione di marijuana. 

Impiantare è la parola giusta e qui, che l’erba è già legale come curativo, il business della coltivazione promette centinaia di milioni di dollari di ricavi. 

Mi sta simpatico, soprattutto perché accetta gli strafalcioni del mio spagnolo dilettante e gli auguro una gran fortuna in questo business che mi sembra (almeno per quanto lo riguarda) una gran balla. 

Smith and Wollensky è un ottimo suggerimento di Enrico che è stato qui qualche mese fa. 

Famoso per la carne che, anche stasera non ci delude con carpaccio e porterhouse ( una morbidissima fiorentina), il ristorante ci regala la delizia di un incontro interessante con il cameriere Daniel. 



Anche lui italiano di origine. 

Appena capisce che siamo di lì anche noi (cioè 3 secondi dopo la nostra prima vocale in inglese) si lascia andare al racconto della sua vita. 

Un racconto a puntate, tra una portata ed un calice di Pinot nero. 

Ci sbobina i rimbalzi tra l’Argentina (suo paese natale) la Sicilia (terra dei genitori) Santo Domingo ( aveva un ristorante, La Romana a Casa de Campo) e Miami dove è atterrato nell’81. 

Non contento di tre mogli e cinque figli, ci mostra anche le foto di un’amica veneta ripescata su Facebook con la quale ha avuto tanti anni fa una storia legalmente borderline (lui 18 lei 14, ma dichiarati 17). 

Un piacere da ascoltare con la sua cantilena un po' meticcia che non sai se è uno spagnolo che parla inglese o un italiano che parla spagnolo o un inglese che parla italiano. 

Due ore di spasso totale con delizia del palato e della mente che sarà bello ricordare una volta tornati in Italia.

A proposito dell’Italia e a proposito dell’essere amichevoli che, spesso, ci viene attribuito. 

Luca osserva che qui è bello perché ogni persona che conosci ha un’origine diversa e il più delle volte europea. E questo conferisce un’apertura mentale è una disponibilità al dialogo che combacia perfettamente con la fama di noi italiani. 

Donne, cibo e motori, ma, soprattutto empatia. 

E, in effetti è proprio così. Sono poche le eccezioni. Solo gli afroamericani hanno un fare più rude e, a volte, fastidioso. Ma anche loro, di fronte ad un dollaro di tip (l’immancabile mancia) si trasformano in sorridenti ammiratori delle tue origini dal Bel Paese. 

Una foto assieme a Daniel (che ci dichiara anche il cognome, cosicché è facile trovarlo su Facebook) chiude la nostra magica cena. 



Grazie Enrico! 
Anche stavolta hai fatto centro (e anche stavolta ti abbiamo spesso nominato...)

La stanchezza del viaggio fino a South Miami Beach, poco più di 200 km, tra sole e pioggia, lungo il filo della Interstate numero 1, viene ripagata dalla strepitosa camera d’albergo. 


Un prezzo abbordabile (meno che a Key West) per un appartamento con un bagno grande come casa mia. 

Una vasca di design (penso sia si Philippe Starck) sotto una finestra da cui si intravede (per la verità in lontananza) l’oceano, invita a tornarci in diversa compagnia...



Oggi però, con Luca, la vasca rimane vuota e si va assieme a fare una camminata a passo veloce sulla spiaggia di  Baywatch. 

Una battigia profonda, di sabbia candida, con tutti i segni della violenza di Irma ancora intatti. 





Montagne di alghe, residuo della immensa mareggiata, impediscono quasi di arrivare a riva.

La passeggiata però è proprio quello che ci vuole per sgranchire un po’ le gambe dopo le (troppe) ore spese in auto. 

Solo una piccola sosta da Subway, a Key Largo, per mangiare un gelato fatto da una crema liquida, sciroppo di pistacchio e vaniglia e mandorle tritate, congelati al momento con un getto di azoto liquido.  


E pensare che era descritto come “gelato all’italiana”. 
Ci vogliono un gran bene, questo sì, ma forse è perché ci conoscono troppo poco!

La  nostalgica partenza da Key West si attarda in più di una sosta sulle spiagge dell’isola ancor più devastate di quella di Miami. 


Solo i pellicani che, abituati alle intemperie, si dilettano di una pesca al tuffo davanti ai nostri occhi, sembrano ignorare quanto è successo.



Le barche capovolte , le alghe ammassate , le palme quasi inginocchiate a bere sulla riva, piangono ancora il ricordo del pugno di Irma, donna che non bacia, ma ferisce. 


Soste fatte con calma, senza l’ansia di arrivare altrove, con il mood tipico di questo cayo. 

Come con calma e senza ansia è la sveglia di stamattina. 

Luca in palestra ed io sul balcone scrivere di ieri. 

Senza sigaro però, che quello è il regalo per questa penultima giornata e che, ora che ha ripreso a piovere con la forza tropicale, devo per forza spegnere.  

Come faccio qui con questo racconto all’indietro. 








Le età dell'incoscienza

Nuvole veloci corrono sullo sfondo del nostro Hotel.
Il tempo cambia continuamente, ma finora, la pioggia ci ha colpito solo nei momenti di trasferimento.





Al bar dell'albergo, dove si fa colazione, l'atmosfera è quella da giorno feriale.
Poche persone, per lo più solitarie, in atteggiamento da preparazione atletica prima della riunione in ufficio più che pronte a farsi un tuffo nell'oceano, sorseggiano l'orribile caffè di questi posti.

Ecco, non me lo ricordavo così cattivo. Mi era successo anche di innamorarmi del caffè all'americana, ma forse la Florida è più portata per i cocktail ed il Ron che non per il caffè.

Strano perché spesso vedi richiami al caffè cubano come fosse una specialità del posto.
In realtà, l'influenza latino americana qui è molto forte e, complice il richiamo alla presenza di Hemingway, si respira un'aria da Cuba anni '50, quando all'epoca di Batista, era il Parco Giochi degli americani benestanti.

Mancano, si,  le auto vecchie e rombanti ed il sapore è di  un benessere materiale che a Cuba non respiri, ma è un tipo di atmosfera vintage, appunto,non moderna. Qualcuno direbbe adatta alla mia età...

La colazione è frettolosa.
Il cameriere, rilassato dalle scarse presenze, ci confessa che oggi è il primo vero "Key West Day".
Dopo Irma, finalmente, il tempo si è assestato (a me non sembra...) e la vita è tornata alla normalità (questo un po' si...).

Oggi il Parco giochi aspetta noi.

Abbiamo in programma due turistate che Luca insiste di non mancare.
La gita in catamarano alla barriera corallina e il giro dell'isola a bordo di un Jet-Ski. La moto d'acqua. Lo stesso attrezzo che detesti quando sei a riva e lo vedi saltellare rombando con a bordo il "gianluca vacchi" di turno, ovvero un deficiente che si diverte come un bambino a schizzare e rimbalzare sul pelo dell'acqua.

Ecco, parto da quest'ultima osservazione, perché della barriera ho poco da dire in quanto l'acqua intorbidita da Irma e le Jellyfish, le meduse che la impestavano, hanno provocato una profonda delusione davanti all'incomparabile povertà di vita rispetto a Lady Elliot o finanche al Mar Rosso.

Dicevo del deficiente cinquantenne che si diverte come un bambino.

Devo aspettare il primo dei 5 tratti previsti dal giro per presentarvene uno, visto che all'inizio non si ha confidenza col mezzo.
Ma, subito dopo, eccolo qua! Un divertimento unico, da deficienti si, ma divertente più di ogni giostra di Gardaland o cinema 3d.

A pian, non voglio confondere queste emozioni con quelle davanti all'Apollo XIII. Due pianeti diversi, ma, scambiandoci la guida, Luca ed io siamo veramente usciti di testa.

Soprattutto quando il capo spedizione ci ha assegnato un tratto di mare dove andare liberamente a provare qualunque figura.

Ecco, allora che vorticosi giri a 360 centrando la scia iniziale, 8, spirali con semiderapata finale! Insomma una goduria che mi ha, di fatto, cancellato il male alla schiena che mi accompagna dall'inizio...

Quando si dice una terapia d'urto!

Il ritorno a terra ci vede elettrici.
Decidiamo per un cocktail in riva al mare con vista sul tramonto che stasera, però, è deludente.

Insegno a fare lo spritz Campari alla cameriera che ci serve con sorrisi d'altri tempi. Non lo ha mai sentito e Luca vorrebbe quello con Aperol che però qui non è ancora arrivato.

Se cambio vita, metto su uno spritz bar qui e vediamo come va.
E pensare che il Pirlo, che è una specie di spritz sembra essere il più famoso a New York. 
Si vede proprio che qui siamo in un'altra epoca.
Io, infatti, ordino un più ordinario Margarita.

La cena è pianificata al Louie's Bankyard, un posto strafigo come posizione. In una tipica costruzione del luogo, al primo piano, con un balcone lungo e stretto affacciato sul mare, un cameriere dai modi gentili (...) ci serve vari assaggi di ottima qualità selezionando con cautela ogni cosa adatta a Luca.
Il vino, unica nota negativa, fa però abbastanza schifo. Un cabernet locale servito freddo da una bottiglia che sa tanto da vino alla spina "della casa" di qualche ordinaria osteria dalle nostre parti.

Ad ogni modo, siamo qui perché Enrico ce lo ha consigliato e siamo contenti di farci un selfie in questo posto per sentirci un po' con lui (che ci manca tanto...).


Il ritorno a piedi, lungo tutta Duval street, ci permette di respirare per l'ultima sera qui i ritmi e gli odori tropicali di quest'isola, salutati spesso dagli homeless che si sgonfiano lungo la strada.

Una giornata strana in effetti, di contrasto tra turismo idiota e atmosfere rilassanti. 

L'America, in fondo, è proprio questo.


lunedì 2 ottobre 2017

Keys Strong

Il rientro in hotel ieri sera, da solo,  viene funestato dalla mia incapacità di orientamento unità al fatto che Google Maps e Waze, in pratica tutti i programmi che uso per trovare la strada, non funzionano. Non so perché, ma ho impiegato un po’ per trovare la siracca giusta e capire che era meglio spegnere e riaccendere l’iPhone. 

Trovata la strada, in hotel mi aspetta la festa rumorosa e alticcia dei giovani ospiti del nostro albergo. Un albergo niente male, questo Ramada Suite che stasera rimbomba di musica e alcool come fosse una discoteca. 

La stanchezza però prevale e parto subito, come anestetizzato, svegliandomi solo per un attimo al rientro di Luca. 

Stamattina ci aspetta un lungo viaggio verso le Keys, anzi verso la punta più estrema di Key West dove ho prenotato l’albergo top di questo giro: l’Hayatt Central.  Una suite con semi vista oceano all’altezza dei migliori alberghi cui punto almeno un paio di notti in ogni vacanza. 

Il percorso da Boca Raton si snoda principalmente sulla Highway 1 che finisce (o inizia) proprio qui a Key West. 

Un percorso monotono e lento (limite principalmente 55 Mph) spesso su lunghi ponti o parapleni, per dirla alla cubana.
Viaggiamo scoperchiati per lunghi tratti e ci abbronziamo al suono di Chan Chan ed altre musiche dei Buenavista Social Club.

La lunga cavalcata ci permette di farci un’idea della forza devastatrice di Irma, l’uragano che ha fatto visita qui poche settimane  fa. 

Ai lati della Highway che costeggia senza protezioni piccoli insediamenti come grandi paesotti e si snoda collegando i vari cayos di quest filante arcipelago, cumuli ordinati di macerie in disordine, testimoniano l’apocalisse che deve essere stato il passaggio dell’uragano. 

Tettoie dei distributori inginocchiate sulle pompe di benzina, scheletri di cartelloni pubblicitari, centinaia di materassi, poltrone, divani, rotoli di moquette inzuppati dall’acqua e migliaia di ceppi dei tronchi di alberi abbattuti, giacciono accatastati in gigantesche montagne ai bordi della strada. 

Il lavoro di taglio degli alberi e accatastamento delle macerie deve aver coinvolto migliaia di persone e mezzi, perché la precisione ed insieme l’ordine con cui sono disposti fa impressione. 

Poi, spesso, la carreggiata (per di più una sola per senso di marcia ) è ostruita da truck con cassone e rimorchio che portano i detriti chissà dove. 

Spesso incroci cartelli, scritti a mano sulle stesse lastre di legno divelte dal vento, che inneggiano alla reazione, alla, da noi diremo, ricostruzione. 

“Keys Strong” è il più frequente. Gioca sul fatto che suona come le Keys (K) sono forti. 

Altri cartelli minacciano gli sciacalli (looters). 
“You loot, we kill”, “ tu fai lo sciacallo, noi ti uccidiamo” impressiona al pensiero che qui, più o meno, tutti hanno un’arma. 

Poco dopo Key Dutch, una delle isole, siamo talmente provati dalla stanchezza e, soprattutto cotti dal sole, che ci fermiamo a mangiare in un ristorante in riva al mare. 

Come sempre,  mi domando perché debbano rovinare una materia prima come i gamberi che qui certamente abbondano, con pastelle e salse che ne offendono il sapore e la freschezza. 
Fatto sta che l’unico piatto che mi sembra ordinabile sono dei gamberi col cocco.

La speranza è (dalla descrizione sembra cosi) che il cocco sia a parte.
Che sia solo una specie di contorno. 
Invece no. 
Scaglie del frutto  impestano la pastella che ricopre il gambero fritto conferendogli un sapore dolciastro (è disgustoso) che lo declassa immediatamente a piatto da trincea. Ovvero una cosa che mangi per non morir di fame e non sprecare i soldi che ti è costato. 

Per non parlare del caffè, ordinato nella speranza di ammazzare il gusto da melassa.  Acqua sporca nel vero senso della parola. 

Il bello è che devi pure lasciare la mancia, altrimenti qui si arrabbiano...

La delusione del pranzo  e la stanchezza  per il viaggio si annientano però all’arrivo nel nostro hotel, sulla punta più occidentale di Key West. 

Anche qui Irma ha colpito duro. I resti del grande albero nel piazzale di fronte all'ingresso giacciono in disordine e senza speranza... (no questa è un'altra Storia).
Il tronco divelto nelle radici è stato già sezionato e mezzo rimosso.
L'efficienza dell'organizzazione americana, non lascia scampo alle commemorazioni funebri.

L'albergo però è uno spettacolo.

Un regalo nel regalo. 

Una receptionist di origini orientali, carina e gentile, finalmente ci accoglie come re  e ci sistema come  principi (la camera ha una vista parziale e non totale sull’oceano....).
Come tutti, quando intuiscono (chissà perché) che siamo italiani, ha un sussulto di gioia e condivide subito apprezzamenti su esperienze vissute personalmente.
Lei, ad esempio, passava tutti gli week end a Milano per mangiare bene, in fuga dalla Svizzera dov'era a studiare.

Nonostante la dimensione della stanza però e la sua gradevolezza, l’esplosione senza controllo delle valigie la devasta totalmente, costringendomi alla promessa di una ricomposizione serale per poter accedere al letto. 

Prima però vogliamo fare un giro a piedi sull’isola perdendoci tra le sue vie ed i suoi odori. 

Un’atmosfera e degli aromi tropicali che ricordano una Cuba ricca e festosa. 
Subito ti imbatti nei padroni incontrastati del territorio: i galli. 
Si, proprio dei polli che zampettano indisturbati in ogni dove, a volte appollaiati sugli alberi. 
Residuo di un’usanza del passato da isola di pirati e biscazzieri che usavano i combattimenti di questi animali per esercitare rabbie da scaricare poi in battaglie vere. 

Decine di bar e ristoranti  che hanno l’aria di essere centri di piacere si affacciano sulle vie strette ed assediate dalle macerie. 
Antiche case coloniali in legno dipinto a tinte vivaci si affacciano sulle vie fiere reduci della forza devastatrice. 
Musica latino americana esce dai locali che espongono cartelli con orgogliosi “Now Open” o ribelli “ We beat Irma”. 
La sensazione  di orgoglio e voglia di uscire dal momento infelice si respira ovunque e, proprio la regolarità delle cataste di macerie pronte ad essere rimosse  è testimone di questa voglia di dimenticare. 

Arriviamo, passando davanti agli edifici più famosi incluse le case di Hemingway e Truman,  fino al Southermost point, il punto più a sud degli Stati Uniti. Una luce meravigliosa permette di osservare il gioco di pellicani che si contendono un pilone in mezzo al mare. Il ceppo (mezzo) colorato è il ritorno dei selfisti che non sono solo turisti.
Un addetto alle pulizie delle strade, forse stanco dal superlavoro di queste settimane, si ferma col suo camion giallo pieno di ceppi e ramaglie e si fa fotografare come uno dei tanti "foresti".

Poi, però , c’è un’altra  faccia dell’isola che non si cancella facilmente: decine di homeless vagano barcollanti frugando nei cestini o dormendo sulle panchine. 
Spesso cavalcano ondeggianti biciclette col manubrio da "cross", anni '70. Luca osserva che sono palestrati, in generale hanno infatti fisici magri ed abbronzati, ma ce ne sono anche ben più degradati...

Chissà che storie hanno dietro.

In poche ore e del tutto casualmente abbiamo assistito a due arresti. 

Nessun patema però o sensazione di disagio. L’atmosfera un po’ démodé e, soprattutto un tramonto da favola, cancellano ogni possibile apprensione. 

Alla fine, per completare l’insieme di piacevoli sensazioni, decidiamo anche di concederci la cena Gold della vacanza e capitiamo bene mangiando con soddisfazione al Bagatella.
Cena curata e da signori, sul patio di una vecchia casa coloniale, nonostante il costume e le infradito. 

P.S.: ho caricato un po' alla rinfusa alcune foto fatte oggi, chi ha letto e anche chi non ha letto, potrà vedere le immagini di quanto raccontato...





































Miami Rains

Diciamolo subito.   Avremmo preferito raccontare di Miami Beach. Del suo arenile. Bianco e sterminato. Delle cabine dei Baywatchers...