martedì 3 ottobre 2017

Reverse eMotion

Sto fumando, assieme a Luca, un cigarillos Romeo y Julieta sulla terrazza al quarto piano del nostro hotel, il Redbury South Beach di Miami Beach

Senza  respirarlo è un vizio che, talvolta, in vacanza, mi concedo.

Il sigaro come stessa terapia d’urto per la tosse esattamente come il jet ski che ha sistemato la mia schiena. 

Non so se funzionerà, ma io ci provo lo stesso.



Penso alla giornata e decido di raccontarmela all’indietro. 
Come in un reverse motion che incontra la vocale adatta a riempirlo di emozioni. 

Il sigaro arriva da un bar della Little Habana, una via di Miami ispirata alla (qui) mitica Cuba.
In realtà, gli italiani sono arrivati anche lì e più che una Little Habana, sembra una Little Italy con tanto di osterie e cacio e pepe. 




Indietreggiando coi ricordi, senza inciampare, al primo (ultimo) posto trovo Uber. 

Una vera figata. 

Non ce l'ho coi tassisti italiani. Penso non sia un lavoro facile e, se pagassero anche le tasse, probabilmente, sarebbe pure insostenibile. 

Però, in termini di comodità ed efficienza (ed anche prezzo) Uber viene da un altro pianeta. 

Luca che è un aficionados, in due minuti trova una macchina che ci riporta qui al nostro albergo. 
Scegliamo la formula Uber X, cioè macchina normale senza condividerla con altri, ma sarebbe possibile, dividendo la spesa, viaggiare assieme ad altri che vanno più o meno nella stessa direzione.

In realtà, è soltanto una versione digitale dei tassisti abusivi cubani che fanno la stessa cosa con le loro auto anni '50.

Stasera, al ritorno, ci capita James. 

A bordo di una Lexus pulitissima e ospitale, ci accoglie con un sorriso ed il solito “hey guys!” davanti al ristorante Smith & Wollensky di South Beach. 

Appena capisce che siamo italiani, si scioglie nel racconto delle sue origini siciliane. 
Metà in inglese, metà in spagnolo ride e scherza con noi e ci confida il suo sogno milionario (e forse un po’ strafatto).

Assieme a due soci, uno addirittura Ceo del Children hospital, l’altro License Owner (in Florida, dice, esistono solo 12 licenze della cosa che vado a dire) sta impiantando una start-up di coltivazione di marijuana. 

Impiantare è la parola giusta e qui, che l’erba è già legale come curativo, il business della coltivazione promette centinaia di milioni di dollari di ricavi. 

Mi sta simpatico, soprattutto perché accetta gli strafalcioni del mio spagnolo dilettante e gli auguro una gran fortuna in questo business che mi sembra (almeno per quanto lo riguarda) una gran balla. 

Smith and Wollensky è un ottimo suggerimento di Enrico che è stato qui qualche mese fa. 

Famoso per la carne che, anche stasera non ci delude con carpaccio e porterhouse ( una morbidissima fiorentina), il ristorante ci regala la delizia di un incontro interessante con il cameriere Daniel. 



Anche lui italiano di origine. 

Appena capisce che siamo di lì anche noi (cioè 3 secondi dopo la nostra prima vocale in inglese) si lascia andare al racconto della sua vita. 

Un racconto a puntate, tra una portata ed un calice di Pinot nero. 

Ci sbobina i rimbalzi tra l’Argentina (suo paese natale) la Sicilia (terra dei genitori) Santo Domingo ( aveva un ristorante, La Romana a Casa de Campo) e Miami dove è atterrato nell’81. 

Non contento di tre mogli e cinque figli, ci mostra anche le foto di un’amica veneta ripescata su Facebook con la quale ha avuto tanti anni fa una storia legalmente borderline (lui 18 lei 14, ma dichiarati 17). 

Un piacere da ascoltare con la sua cantilena un po' meticcia che non sai se è uno spagnolo che parla inglese o un italiano che parla spagnolo o un inglese che parla italiano. 

Due ore di spasso totale con delizia del palato e della mente che sarà bello ricordare una volta tornati in Italia.

A proposito dell’Italia e a proposito dell’essere amichevoli che, spesso, ci viene attribuito. 

Luca osserva che qui è bello perché ogni persona che conosci ha un’origine diversa e il più delle volte europea. E questo conferisce un’apertura mentale è una disponibilità al dialogo che combacia perfettamente con la fama di noi italiani. 

Donne, cibo e motori, ma, soprattutto empatia. 

E, in effetti è proprio così. Sono poche le eccezioni. Solo gli afroamericani hanno un fare più rude e, a volte, fastidioso. Ma anche loro, di fronte ad un dollaro di tip (l’immancabile mancia) si trasformano in sorridenti ammiratori delle tue origini dal Bel Paese. 

Una foto assieme a Daniel (che ci dichiara anche il cognome, cosicché è facile trovarlo su Facebook) chiude la nostra magica cena. 



Grazie Enrico! 
Anche stavolta hai fatto centro (e anche stavolta ti abbiamo spesso nominato...)

La stanchezza del viaggio fino a South Miami Beach, poco più di 200 km, tra sole e pioggia, lungo il filo della Interstate numero 1, viene ripagata dalla strepitosa camera d’albergo. 


Un prezzo abbordabile (meno che a Key West) per un appartamento con un bagno grande come casa mia. 

Una vasca di design (penso sia si Philippe Starck) sotto una finestra da cui si intravede (per la verità in lontananza) l’oceano, invita a tornarci in diversa compagnia...



Oggi però, con Luca, la vasca rimane vuota e si va assieme a fare una camminata a passo veloce sulla spiaggia di  Baywatch. 

Una battigia profonda, di sabbia candida, con tutti i segni della violenza di Irma ancora intatti. 





Montagne di alghe, residuo della immensa mareggiata, impediscono quasi di arrivare a riva.

La passeggiata però è proprio quello che ci vuole per sgranchire un po’ le gambe dopo le (troppe) ore spese in auto. 

Solo una piccola sosta da Subway, a Key Largo, per mangiare un gelato fatto da una crema liquida, sciroppo di pistacchio e vaniglia e mandorle tritate, congelati al momento con un getto di azoto liquido.  


E pensare che era descritto come “gelato all’italiana”. 
Ci vogliono un gran bene, questo sì, ma forse è perché ci conoscono troppo poco!

La  nostalgica partenza da Key West si attarda in più di una sosta sulle spiagge dell’isola ancor più devastate di quella di Miami. 


Solo i pellicani che, abituati alle intemperie, si dilettano di una pesca al tuffo davanti ai nostri occhi, sembrano ignorare quanto è successo.



Le barche capovolte , le alghe ammassate , le palme quasi inginocchiate a bere sulla riva, piangono ancora il ricordo del pugno di Irma, donna che non bacia, ma ferisce. 


Soste fatte con calma, senza l’ansia di arrivare altrove, con il mood tipico di questo cayo. 

Come con calma e senza ansia è la sveglia di stamattina. 

Luca in palestra ed io sul balcone scrivere di ieri. 

Senza sigaro però, che quello è il regalo per questa penultima giornata e che, ora che ha ripreso a piovere con la forza tropicale, devo per forza spegnere.  

Come faccio qui con questo racconto all’indietro. 








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